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Intervista a Romano Pescione, autore della raccolta di racconti “La metà luminosa”
La metà luminosa
Intervista di maggio 2026
SINOSSI

L’idea della raccolta, non premeditata, nasce dalla redazione dell’ultimo rigo. Pensati tra loro indipendenti, i racconti manifestano la presenza di un legame sottotraccia che si svolge tra le pagine, secondo la loro sequenza originaria: il tentativo d’imparare ad accogliere la vita per come essa si manifesta, circospetta o irruenta, con l’ausilio della sola saggezza di discernerne la componente modificabile da quella che, di fatto, si mostra inalterabile. Le eroine e gli eroi, loro malgrado, che si susseguono nella raccolta vivono questo bivio e, laddove possono, agiscono nel loro mondo: Nessuno, Ines, Leonid, Antoine, Minosse, Rike, Yukio, Anno e Jeffrey, con le loro esistenze segnate, rifiutano il cinismo coltivando la propria metà luminosa. Un invito a preservare la propria preziosa umanità.
L’AUTORE
Romano Pescione vive ad Avella, in Campania. Ingegnere meccanico si dedica, in particolare, alla progettazione di cupole geodetiche ed alla modellazione 3D per il settore automotive. Amante d’arti grafiche, pratica con passione il disegno artistico. Detiene il marchio “Atelier Meccanico Pescione”, curandone il sito web www.ateliermeccanicopescione.it.
Coltiva la passione per la letteratura ammirandone l’innata capacità di partorire esistenze e mondi. Iniziato alla scrittura, animato da una curiosità in lui sempre desta, praticandola ne ha saggiato il potere meditativo oltre che generativo. Scrive

INTERVISTA A ROMANO PESCIONE
Il titolo “La metà luminosa” richiama un’immagine potente. Cosa rappresenta questa “metà” e in che modo attraversa i racconti della raccolta?
La “metà luminosa”, chiarisco da subito, non attiene ad alcuna questione etica o morale, non cadendo quindi nella dialettica di opposizione tra bene e male: la “metà luminosa”, per quanto ho realizzato alla conclusione dell’ultimo dei racconti, godendo di una prospettiva di insieme, è piuttosto un meccanismo spirituale presente in tutti i protagonisti che, all’indomani di un evento che ne ha stravolto l’esistenza catapultandoli nell’alienazione e/o nel patimento, interviene o viene attivato per curare la transizione delle loro umanità scombussolate ad un nuovo approdo stabile per il tramite della creatività, sia in senso stretto che lato: nasceranno piani e mondi che permetteranno ai protagonisti di ripartire o riavvicinarsi al presente che li pervade con una rinnovata prospettiva salvifica, guarita. Di contro il meccanismo opposto, che potrei definire come la “metà oscura”, permetterebbe comunque di guadare il fiume della transizione ricorrendo a dinamiche distruttive e autodistruttive.
I racconti nascono come testi indipendenti ma rivelano un legame sottotraccia. Quando ha compreso che esisteva un filo invisibile che li univa?
I racconti sono nati dovendo rispondere ad un’esigenza che non mi vergogno a definire fisiologica. Ho avuto il privilegio di vivere cinque mesi durante i quali, quotidianamente, mi sentivo spronato a dare seguito all’esigenza di aggiungere una nuova pagina ai racconti che stavano nascendo tra le mie mani. Almeno trenta minuti al giorno, ogni giorno, e non perché avessi uno scopo editoriale, quantomeno potevo sentirmi animato dalla disciplina e dall’etica dello scrittore di professione: questioni totalmente estranee ai miei orizzonti. I racconti divennero all’improvviso una raccolta e solo rileggendoli insieme, assemblati, rilevai la presenza ingombrante della “metà luminosa” nella vicenda narrativa di ogni personaggio. Potrei azzardare a sostenere che fosse tutto già sedimentato, metabolizzato e pianificato dentro di me da tempo e m’occorreva soltanto di favorirne il deflusso, la formalizzazione per il tramite della scrittura.
Il tema centrale sembra essere l’apprendimento dell’accoglienza della vita, distinguendo ciò che è modificabile da ciò che non lo è. Quanto questa riflessione ha radici personali?
Essere autodistruttivi mi auguro non sia mai un’opzione, soprattutto quando la mente è annebbiata da sensazioni opprimenti. Purtroppo in questa dinamica viene meno la capacità, in prima istanza, di tentare di accogliere per poi accettare la sofferenza. Molto pragmaticamente bisognerebbe sempre aggrapparsi all’adagio che invita a flettersi piuttosto che spezzarsi: ci si rompe laddove, ad esempio, si insista nel modificare l’immodificabile. Credo di avere un bagaglio di esperienze in linea con i miei anni, magari assaporate con un pizzico di introspezione ridondante talvolta: ho potuto saggiare con quanta facilità, ed innocenza, si possano commettere valutazioni errate che nocivamente inducono ad insistere, oppure, di contro, rapidamente desistere nelle proprie intenzioni. Il problema, e credo che i personaggi dei racconti ne siano testimoni, è l’inesistenza di un metodo scientifico che dirima la questione, ma vi è la consapevolezza che la cieca fede nella vita possa aiutare.
I suoi personaggi – Nessuno, Ines, Leonid, Antoine, Minosse, Rike, Yukio, Anno e Jeffrey – si trovano di fronte a un bivio esistenziale. Come sono nati e cosa li accomuna oltre al rifiuto del cinismo?
I personaggi tutti si ritrovano coinvolti in vicende su cui avrei ricordi da condividere, al netto di forzature narrative: li ho riscoperti legati alla mia persona quasi fossero delle mie frazioni, emerse da anni diversi del mio passato. Direi che ognuno di loro, a suo modo, abbia rifiutato il cinismo abbracciando o venendo benedetti dalla “metà luminosa”, ma non solo: tutti sono sempre alimentati dalla fiducia nella vita, consapevoli che le loro vicissitudini, grazie anche ad un disegno imponderabile, si risolleveranno dalle loro ceneri, ciecamente animati dal potente incidere della vita.
Nei racconti emerge un invito a preservare la propria umanità. Ritiene che oggi sia più difficile coltivare questa “metà luminosa”?
Ritengo di dire un’ovvietà azzardandomi a sostenere che ogni epoca storica abbia sottoposto le proprie immancabili difficoltà agli individui che intendessero rifiutarne il cinismo per abbracciare il meccanismo creativo presente nei miei personaggi. Il nostro mondo, cosiddetto progredito, seppur si ritrovi ammantato da fosche e spesse nebbie di reazione, ha vissuto epoche anche peggiori della stagione attuale: ciò non toglie che occorra sempre stigmatizzare il cinismo “a priori” che spesso evolve in preludio alla connivenza e infine al sonno della ragione. Un elemento negativo di novità di questi tempi rispetto a quelli passati consiste nei temi, mai troppo approfonditi, della potenza della comunicazione e, in parallelo, del controllo verticistico, oligarchico, della stessa: se dalla comunicazione, che investe quotidianamente miliardi di persone, vengono filtrate parole che richiamano al senso “umano”, è più difficile che questo diventi una categoria mentale ricorrente a cui tutti noi riferirci nello sviluppo delle nostre idee.
Lei è ingegnere meccanico e progettista di cupole geodetiche. In che modo la formazione tecnica influenza la sua scrittura? C’è un parallelismo tra progettare strutture e costruire racconti?
Le cupole geodetiche, a vederne il telaio, ovvero l’ossatura, sono nient’altro che la composizione, secondo un’armonia geometrica, di aste in triangoli e di questi in una porzione di sfera, una calotta sferica in generale. La bellezza di questa tipologia strutturale consiste in due aspetti di grande fascino, a mio avviso: da un lato non esiste una separazione tra elementi funzionali ed estetici e, dall’altro, la rilevazione che la cupola geodetica reagisca in modo globale ai carichi applicati. In buona sostanza, ritengo che la mia raccolta di racconti abbia le stesse due caratteristiche di cui sopra: una completa sovrapposizione tra funzione e forma, una reazione compatta dell’assemblato, ovvero della raccolta, ai carichi della lettura, ovvero all’interrogazione del lettore.
La sua esperienza nella modellazione 3D e nelle arti grafiche incide sulla dimensione visiva delle sue narrazioni? Scrive “per immagini”?
Ogni volta che ho iniziato la scrittura di un nuovo racconto mi sono ritrovato a riportare le immagini libere e coerenti, in una certa misura, che si susseguivano nella mia mente. Non posso dire nulla nel merito delle possibili dinamiche retrostanti, riservandomi tuttavia il diritto di descriverle come spontanee e nitide. Sono sicuro che la relazione tra le arti grafiche e la mia scrittura sia vera in entrambi i sensi: scrivendo credo di documentare una descrizione, una rappresentazione e, viceversa, disegnando ritengo di riscrivere quello che mi circonda ricorrendo alla composizione di forme geometriche basilari alla stregua di lettere, dalla cui sequenza nascono parole, concetti e racconti. Tutti noi, da bambini almeno una volta, abbiamo destrutturato il disegno di una casa nella combinazione ordinata di un quadrato con un triangolo: tentare di riportare su foglio il disegno della nostra realtà significa innanzitutto, sul piano tecnico, ricondurla alla sua sintassi fatta di forme geometriche basilari oppure di grafemi.
La raccolta sembra nascere in modo non premeditato, quasi spontaneo. Quanto spazio lascia all’intuizione rispetto alla pianificazione?
Riconosco di non avere realizzato una pianificazione immediatamente precedente alla scrittura dei racconti, anzi posso integrare questa nota ribadendo di aver scritto sulla base di un principio di spontaneità. Capisco che quest’osservazione entrerebbe in contraddizione palese con la logica e la coerenza che alimentano i singoli racconti e la raccolta nel suo insieme. Sono convinto che l’architettura delle storie narrate fosse presente in me ancor prima che iniziassi a scrivere: essa è stata il frutto degli anni in cui quelle sensazioni, quelle riflessioni e quelle esperienze sono state vissute, metabolizzate, riorganizzate.
Lei parla del potere meditativo della scrittura. Scrivere La metà luminosa è stato anche un percorso interiore di trasformazione?
Ho sempre sentito parlare della scrittura come potente mezzo distensivo, capace di riordinare le idee, riportando il flusso dei pensieri e degli eventi quotidiani alla loro proporzionata correlazione; inoltre, mi è capitato di leggere che scrivere di un problema, ponendolo per esteso in forma scritta, significa intraprenderne la soluzione. Non ho iniziato a scrivere, in modo continuativo, sulla base di queste riflessioni, ma con il procedere delle giornate ho scoperto che l’attività di scrittura recava profondi benefici, come una seduta di meditazione: mi accorgevo che sia nelle giornate più serene che in quelle più frenetiche l’impatto benefico era considerevole. Dalla mia esperienza posso suggerire sull’inesistenza di un tempo specifico per scrivere, soprattutto quando questa pratica assume finalità meditative, chiarificatrici: al mattino potrebbe aiutare ad affrontare la giornata con maggiore quadratura, alla sera potrebbe riservare un inaspettato potere riconciliante.
Se dovesse lasciare ai lettori un messaggio sintetico dopo la lettura del libro, quale sarebbe?
Quando mi venne chiesto di proporre il titolo della raccolta, iniziai col chiedermi quale fosse l’elemento di comunanza tra le pagine dei racconti. È chiaro che in quell’ordine di idee iniziai col riflettere sulla natura del messaggio, magari sintetico, che mi auguravo di trasmettere: sarei contento se il lettore scegliesse di dedicare, su base regolare e continuativa, una porzione del proprio tempo alla pratica della sua unica creatività. Credo fermamente che ognuno di noi ne sia dotato e che, molto spesso, per un errore di impostazione tendiamo ad attribuirne la proprietà ad una sparuta e privilegiata categoria di persone: è vero che non tutti potremmo esprimere con soddisfazione il nostro contenuto creativo per mezzo di strumenti nobili come una penna, un pennello, uno scalpello o un violino, ma bisogna convincersi che il vero problema non sia di trovare in sé il seme della creatività quanto il mezzo che meglio diventi la nostra appendice congeniale alla pratica creativa.
LA METÀ LUMINOSA
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