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Intervista a Carlo Sebastiano Foti, autore del romanzo “Il gioielliere”
Intervista di ottobre 2025
Quarta di copertina

È la gioielleria più importante della città e lui, il gioielliere, cerca moglie solo per assicurarsi una prole, deve quindi evitare di innamorarsi. La trova ed è la donna giusta, perché anche lei in lui vede solo il gioielliere più importante della città. Ma nella gioielleria lavora l’orafo, la cui amata moglie ha frequentazioni strane. Anche il gioielliere ha le sue stranezze. Accade quanto era certo che non potesse o dovesse accadere e da lì il dramma e la commedia.
Carlo Sebastiano Foti è nato a Crotone nel 1951 e vive a Roma. È avvocato civilista in pensione.
IL GIOIELLIERE una storia vera è il suo secondo romanzo.
Ha pubblicato nel 2022 con Europa Edizioni Il delitto di Viale Eritrea.
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INTERVISTA A CARLO SEBASTIANO FOTI
Può raccontarci un po’ della sua formazione e del percorso che l’ha portata a diventare scrittore?
Sono nato a Crotone nel 1951. Da ragazzo avevo il desiderio di scrivere, ma i primi tentativi non furono accolti con entusiasmo, così pensai che non fosse la mia strada. Mi sono laureato in Giurisprudenza e ho esercitato la professione di avvocato civilista.
La sua carriera di avvocato ha influenzato la sua scrittura? In che modo le esperienze professionali si riflettono nei suoi romanzi?
Dal punto di vista tecnico, certamente: scrivere atti giudiziari mi ha abituato a ragionare con ordine e chiarezza, argomentando fatti e norme. Tuttavia, le mie esperienze professionali non entreranno mai nei miei romanzi: il segreto professionale lo vieta, ma è anche una questione di rispetto.
Quando ha deciso di intraprendere la scrittura come percorso? Ci sono stati autori o esperienze che l’hanno ispirata particolarmente?
Non ho mai davvero abbandonato l’idea di tornare alla scrittura. Non saprei dire se c’è stato un autore specifico a ispirarmi. Se dovessi portare con me dei libri su un’isola deserta, sceglierei “Il Processo” di Kafka, le Poesie di Giuseppe Ungaretti e quelle di T.S. Eliot nella traduzione di Luigi Berti.
Come descriverebbe il suo stile di scrittura? C’è qualche elemento distintivo che mantiene nei suoi lavori?
Direi che il mio stile è diretto, quasi parlato. Mi interessa che siano le conversazioni e le riflessioni dei personaggi a delineare i loro caratteri. Forse è proprio questo il mio tratto distintivo.
Nel suo primo romanzo, “Il delitto di Viale Eritrea”, affrontava un altro tema importante. Come è stato il suo approccio narrativo rispetto a “Il gioielliere”?
La pandemia mi ha dato il tempo per scrivere e ho cominciato con un poliziesco. Non amo i polizieschi e non li leggo, quindi il mio primo romanzo non segue affatto i canoni del genere.
Il gioielliere è nato da una storia vera, in particolare da un episodio di illegalità che mi è stato raccontato. L’ho reinventato completamente, mantenendo solo il nucleo del fatto, ma trasportandolo in un contesto del tutto diverso.
Da dove nasce l’idea di raccontare la storia di un uomo e delle sue relazioni complicate?
Dopo “Il delitto di Viale Eritrea” avevo proseguito con altre indagini del Commissario Alfonso Belluomo, che però non ho pubblicato. Quando ho sentito la storia della “truffa” — o forse è meglio dire “appropriazione indebita di beni altrui” — ho capito che non poteva rientrare in un’indagine di Belluomo. In quel caso, il reato sarebbe stato scoperto.
Invece, dovevo costruire una storia in cui il reato non fosse svelato, ma semplicemente vissuto. E devo dire che, scrivendo “Il gioielliere”, mi sono divertito molto. Ho esplorato un mondo dove i sentimenti sono superficiali, dominati dal caso, e dove le relazioni sono complicate proprio perché così è la vita.
Il protagonista cerca una moglie per motivi pratici, non emotivi. Cosa voleva esplorare con questa scelta narrativa?
L’amore è materia da romanzo, meno da vita reale. Se si indagasse davvero nei rapporti amorosi, si scoprirebbe che spesso c’è più amore per sé che per l’altro. Il protagonista lo sa: l’amore porta con sé possesso, gelosia, ansie. Per questo sceglie una donna che gli garantisca una discendenza senza troppi turbamenti. È una scelta lucida, ma le complicazioni non mancano.
In “Il gioielliere” convivono commedia e dramma. Come ha bilanciato questi due toni apparentemente opposti?
La commedia introduce il dramma. Il rapporto tra il gioielliere e la fidanzata è interamente commedia, ma dentro questa leggerezza si inserisce l’orafo, personaggio che ama sinceramente sua moglie Francesca, il proprio lavoro, e nutre un’autentica amicizia verso il gioielliere.
Lui solo non è superficiale. Tutti gli altri lo sono, inclusa Francesca. La sua amicizia con Guglielmo è l’apoteosi dell’edonismo e della leggerezza. L’orafo vive il dramma; gli altri lo attraversano, con le loro personalità superficiali. E così si torna alla commedia.
Il libro tocca temi di ambiguità morale e segreti. Pensa che la società contemporanea rifletta queste dinamiche, dove il confine tra giusto e sbagliato non è sempre chiaro?
Assolutamente. Nella vita reale, teniamo segreto ciò di cui ci vergogniamo. Al contrario, ostentiamo quel che riteniamo motivo d’orgoglio, a volte anche a torto.
La morale è sempre personale. Se parliamo di comportamento, il confine tra giusto e sbagliato è soggettivo: dipende dalla cultura, dalla sensibilità, dal contesto. Voler dare una misura oggettiva ci porterebbe a perdersi tra religioni, valori e tradizioni.
Il principio che per me dovrebbe guidare l’agire umano è antico e semplice: neminem laedere — non nuocere a nessuno.
C’è un messaggio che vuol trasmettere al lettore?
Non ho scritto “Il gioielliere” per trasmettere un messaggio o una morale. L’ho scritto per mio piacere e divertimento, e spero di offrire lo stesso al lettore.
Quali sono i suoi progetti futuri?
Ho altri due romanzi nel cassetto. Continuerò a fare l’avvocato e a scrivere, sempre per passione, sempre per piacere.
IL GIOIELLIERE
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