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Intervista a Marco Sala, autore del romanzoI tasti della vita. L’esistere di un grande pianista”

Intervista di ottobre 2025

Quarta di copertina

Alfred è un grande pianista all’apice della carriera mondiale.

La sua vicenda umana è percorsa dai ricordi, dalla nostalgia per una ragazza amata molti anni prima, dalla grande fama quanto dalla serpeggiante sofferenza di chi giunge a confrontarsi con il proprio esistere.

Un fitto intreccio di accadimenti che coinvolge il lettore in scene cariche di emozioni profonde.

Marco Sala nasce a Como nel 1965.

Si è diplomato in pianoforte con il massimo dei voti presso il Conservatorio di Musica “Giuseppe Verdi” di Milano.

È docente, concertista e compositore.

INTERVISTA A MARCO SALA

Maestro Sala, lei è nato a Como e ha studiato al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano, diplomandosi con il massimo dei voti. Quali sono stati gli incontri o le esperienze decisive che hanno formato il suo percorso di musicista?

Il mio primo incontro importante è stato in famiglia. Mio padre, infatti, era un eccellente chitarrista e fu proprio lui a indirizzarmi verso gli studi pianistici. Al Conservatorio ebbi la fortuna di incontrare Cristina Carini, un’ottima insegnante e concertista, che mi preparò al meglio per il diploma. In seguito, mi perfezionai con Alexander Lonquich e Carlo Levi Minzi, oltre a seguire i corsi di musica da camera del “Trio di Trieste” presso la “Scuola di Musica di Fiesole”. Nel 1999, ho iniziato a collaborare con la Royal Academy of Dance Italia: questo incontro ha rappresentato una svolta fondamentale nel mio percorso professionale.

Nella sua carriera ha unito tre aspetti fondamentali: docente, concertista e compositore. Come riesce a mantenere un equilibrio tra queste dimensioni che spesso si intrecciano ma richiedono energie diverse?

Sono per natura curioso e attratto da tutto ciò che non conosco. In realtà, questi aspetti sono complementari: per facilitare l’apprendimento ai miei studenti ho “rivisitato” i capolavori della musica con gli occhi di un aspirante compositore. Questo approccio, più analitico, mi ha reso maggiormente consapevole durante le mie esibizioni pubbliche, ma non solo: attraverso la pratica improvvisativa, libera dal rigore accademico, ho scoperto di possedere una vena creativa che si è concretizzata in oltre trecento brani composti.

Il pianoforte è stato al centro della sua vita: cosa rappresenta per lei questo strumento, al di là della tecnica e della professione?

Quando ero più giovane, lo studio del mio strumento era diventato l’unico obbligo abbagliante del mio intero trascorrere; mentre oggi lo percepisco come un mezzo, una sorta di laboratorio sperimentale i cui risultati trovano riscontro anche nel mondo della danza e in quello cinematografico.

La sensibilità dell’artista è spesso nutrita anche da passioni culturali e letterarie. Ci sono scrittori, filosofi o altre arti che hanno influenzato la sua visione musicale?

In passato leggevo avidamente Hermann Hesse e Arthur Schnitzler: Hesse ha rappresentato per me la speranza, mentre con Schnitzler scoprivo il valore inestimabile dell’istante con tutte le sue variabili. Poi c’è un’altra mia grande passione: il disegno e il fumetto in particolare. Tradurre un racconto in immagini sicure è un’arte complessa alla quale ho voluto dedicare il periodo pandemico, completando la mia prima storia delle nuvole parlanti, “Arthemia”, basata su un racconto di Mario Roccato e pubblicata da Ivvi Editore.

Com’è nato il desiderio di scrivere “I tasti della vita?” e quale legame ha con la sua esperienza personale e artistica?

Cominciai a scriverlo senza chiedermi troppo il perché di questo mio nuovo fare; semplicemente avevo voglia di raccontarmi, non con le note musicali, ma componendo con le parole. Sì, c’è un legame diretto tra il mio percorso esistenziale e le mille e più voci che hanno popolato questo “teatro dell’esserci” chiamato vita. Ne approfitto per ringraziare la Planet Book Editrice, nella persona di Alessandro Labonia, che ha creduto fortemente in questa pubblicazione.

Alfred, il protagonista, è un pianista di fama mondiale che però vive profondi conflitti interiori. Quanto di Alfred c’è in Marco Sala e quanto invece appartiene solo alla finzione narrativa?

Come ho già accennato, il legame è molto stretto. C’è inoltre una sotto-traccia che riguarda Frédéric Chopin, il mio compositore preferito. I conflitti interiori di Alfred sono parte del mio vissuto; la solitudine, la ricerca ossessiva della perfezione e la fragilità nelle relazioni sociali sono alcuni temi che ho voluto sviluppare a beneficio anche di coloro che non sono pianisti, poiché le vicende qui narrate parlano del nostro stesso, sempre problematico, esistere. Naturalmente, c’è stato spazio anche per la finzione narrativa, con l’introduzione di due figure femminili: un amore che vive nel passato, con la funzione di “musa ispiratrice”, e un amore presente che guarda al futuro.

Il libro è attraversato da emozioni intense, dal tema della nostalgia al confronto con il tempo e la memoria. Che cosa spera rimanga nel cuore dei lettori?

L’augurio che faccio a ogni lettore è quello di vivere con grande speranza, passione e senza lasciare rimpianti, esattamente come Alfred lo fa attraverso la musica. Ogni essere umano si trova in qualche modo sempre di fronte a un bivio: rinunciare ai propri sogni o provare a realizzarli. La vita è breve e, visto che in entrambi i casi si incontrano problemi, è conveniente scegliere sempre la seconda strada.

La musica è protagonista silenziosa ma potente nelle pagine del romanzo. Scrivere un libro differisce dal comporre musica, ma ha trovato punti in comune tra le due forme espressive?

Ho trovato numerose assonanze tra la scrittura e la composizione: grammatica, periodo, fraseggio, forma e contenuto sono solo alcuni degli elementi che uniscono le due arti. Ho scelto la forma del romanzo con capitoli brevi, ispirandomi da un lato ai polittici di Robert Schumann e dall’altro ad Arthur Schnitzler, con la sua impareggiabile tecnica narrativa del “monologo interiore”.

Spesso gli artisti vivono il successo come una benedizione ma anche come un peso. È uno dei temi che lei affronta nel romanzo. Come vive personalmente il rapporto con la fama e con le aspettative del pubblico?

Non ho mai ricercato ossessivamente la fama anche se, quando si ha talento, il pubblico nutre grandi aspettative; ma è importante comprendere che tali aspettative sono un problema dell’ambiente circostante, non tuo: mai seguire gli altri, ma essere sempre fedeli a se stessi, anche se non è facile. Personalmente, dopo aver abbandonato le scene concertistiche, ho iniziato un percorso “nell’ombra”, lontano dalla visibilità, ed è proprio in questo periodo, scevro dai condizionamenti esterni, che sono convinto di aver fatto le cose migliori.

Guardando al futuro, quali sono i suoi prossimi progetti? Sta pensando a nuove composizioni, a un altro libro o a nuove collaborazioni artistiche?

Questa domanda arriva al momento giusto. Pochi giorni fa, grazie alla Royal Academy of Dance Italia è andato in scena, nella splendida Piazza Duomo di Trento, un nuovo spettacolo di musica e danza, in cui sono stato protagonista in veste di pianista e compositore, insieme alla “Compagnia IFunamboli Paris” diretta dal coreografo Fabio Crestale. Uno spettacolo, visto il successo ottenuto, che intendiamo presto replicare anche all’estero. Nel frattempo, un nuovo libro sta prendendo forma.

I TASTI DELLA VITA. L’ESISTERE DI UN GRANDE PIANISTA

I tasti della vita –

Ufficio Stampa AutoriItaliani.it

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