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Intervista a Tania Szalay, autrice del romanzo “Ci siamo viste morire”
Intervista di ottobre 2025
Quarta di copertina

Il romanzo penetra nelle profondità dell’animo umano inquietando e suscitando emozioni e riflessioni. La protagonista è Padma, ragazza marchiata a fuoco dalla sofferenza, che lotta per spaccare il suo guscio, crescere e riscoprirsi splendida fenice capace di volare. Dialoga con l’invisibile, scopre segreti di altre dimensioni e si lascia traghettare verso una trasformazione interiore per superare paure e limiti. L’autrice ci regala un romanzo ammaliante, ricco di immagini simboliche, che va oltre i limiti umani, e ci invita a soffermarci sui concetti di vita e morte, sull’universo, sull’ego, sulla libertà. Un vero e proprio viaggio nell’Ade, negli angoli più reconditi dell’animo. Un invito a riabbracciare l’essenza della vita in tutte le sue forme e possibilità.
L’autrice
Scrittrice, poetessa, pittrice, Tania Szalay è una donna e una madre sempre pronta a mettersi in gioco, che accetta le fragilità delle proprie asimmetrie ritenendole il principale mezzo per sbocciare. Tania ascolta la vita con l’orecchio del cuore qualunque cosa faccia e quando ha avvertito la necessità di condividere i suoi scritti ha detto “Sì” senza esitare. Il suo non è il bisogno di affermare la propria creatività, ma la convinzione che ciò che può aiutare il prossimo non debba restare in un cassetto.
INTERVISTA A TANIA SZALAY
Come si presenterebbe ai lettori che incontrano per la prima volta Tania Szalay e la sua scrittura?
Se dovessi ridurmi fenomenologicamente alla mia essenza, ciò che troverei di “necessario” in me stessa sarebbe un’esplosione quantica. Percepisco un’intensa energia interiore, che tento ogni giorno di trasformare in amore, offerta e bellezza. Ricordo i vecchi diari degli amici, quelli con dediche e disegni. Mia madre fece lo schizzo di un bocciolo con una farfalla e scrisse: “Sei bella e colorata, ma stai attenta ai fiori su cui ti poserai”. Ebbene, mi è impossibile ascoltarla. Questo mio quid interiore impone un’apertura incondizionata all’universo, in uno stato di costante disponibilità. Non posso fare altrimenti: è la mia identità. Spesso viene scambiata per ingenuità o imprudenza, ma io rispondo che si sbagliano. Si tratta di una caratteristica apodittica: non può non essere, perché altrimenti non sarebbe Tania. Di conseguenza, la mia scrittura è il riflesso di questo stato: intensa, viva, genuina, dinamica e, oserei dire, piuttosto audace.
Quali aspetti della sua vita personale ha portato dentro “Ci siamo viste morire”?
Ho riflettuto a lungo prima di chiamare la protagonista Padma. La verità è che il mio intento è accompagnare il lettore in un romanzo di formazione universale, in cui la sofferenza perde nome e cognome. Per questo, il testo si propone come un contributo di consapevolezza, non come un racconto soggettivo.
Nella sua biografia parla delle fragilità come mezzo per sbocciare: può raccontarci come questa visione l’ha aiutata anche come scrittrice?
La scrittura, in generale, è per me guarigione. Ho partorito questo libro, in modo ossimorico, in compagnia di un dolore che nutre. Ogni lacrima che mi scendeva dal viso dissetava la mia “Terra” interiore. Quando ho preso in mano la penna, il mio “sì” era già stato dichiarato: sì alla scrittura come dono, come portatrice di vita, come lascito personale, è per questo che ho avuto l’onore di ricevere in omaggio l’ispirazione. La fragilità è parte strutturale dell’essere umano, ma quando la si accoglie e addirittura la si imprime per iscritto, diventa invincibilità.
Poetessa, pittrice e scrittrice. Come convivono queste diverse forme d’arte nella sua quotidianità e nel suo modo di esprimersi?
Ogni rappresentazione è un canale preferenziale per esprimere determinate emozioni e specifici stati d’animo. La poesia sbircia nell’invisibile, necessita di uno stato di assorbimento interiore e contemplativo. La scrittura di un romanzo, invece, la percepisco come qualcosa di più terreno: mi permette di piombare con un tonfo al suolo su due piedi. Essa intuisce la sofferenza e la felicità del quotidiano, parla di prassi, di relazioni intersoggettive e di azioni riferite alla concretezza. Il pennello invece è una bacchetta magica. Sartre diceva che l’immaginazione è la condizione della libertà, in quanto possibilità di negazione del reale. Il dipinto è un minuscolo frammento di un’immagine catturata sulla tela, e per me, si traduce in incanto e urlo di emancipazione.
Che cosa significa per lei “ascoltare la vita con l’orecchio del cuore”?
Nello yoga giapponese si urla: “Chi è il nemico?” La risposta è: “La mente!” Con la mente non si può fare arte. Essa è il limite su cui cozza la creatività: è analisi, chiusura, giudizio, paura, una vera e propria zavorra alla caviglia. Il cuore, invece, è la chiave per volare: dall’alto, ogni cosa diventa più chiara. Ascoltare la vita, che sia attraverso la poesia, la pittura o la scrittura, è il mio tentativo di ricucire l’universo interiore con la realtà esterna. Non è evasione, ma la disciplina del cuore per tradurre quella pura energia sorgiva in forma comprensibile, rendendo l’invisibile tangibile per chi legge e per me stessa.
Quando ha capito che i suoi scritti non potevano più rimanere chiusi in un cassetto?
Se vuoi che l’Universo ti nutra, devi nutrire tu stesso ogni essere dell’Universo. Lasciare una creatura nel cassetto è un torto che farei, in primis, a me stessa. È come chiudere a chiave un figlio in una stanza per tutta la vita, impedendone il percorso dialettico. Ho condiviso il mio libro col mondo con la consapevolezza che il senso del testo non resterà mai identico a come l’ho concepito io. Non si esaurirà sull’inchiostro della mia penna: sarà vivo nelle emozioni e nelle interpretazioni di chiunque lo leggerà.
Cosa spera che i lettori provino leggendo il viaggio di Padma, la protagonista del suo romanzo?
Approfitto di questa domanda per spiegare la struttura del romanzo. La prima parte parla della sofferenza vissuta in modo inconsapevole e autocommiseratorio. Il dolore è portato alle sue massime conseguenze mentre opera su un’adolescente incapace di affrontare in maniera propositiva le proprie immagini perturbanti. È una ragazza completamente vittima del suo passato. La seconda parte racconta, invece, di una trasformazione totale: è una sorta di ricetta magica per la gioia, un sussurro di consapevolezza, un vero e proprio manuale d’istruzioni per diventare amico dei propri demoni. Ciò che spero è che il lettore accolga tutto senza giudizio moralistico e con apertura spirituale. Spero che si emozioni intensamente, che pianga se ha voglia di piangere e che rida se ha voglia di ridere. Spero percepisca l’urlo di libertà che si propaga da questo libro e che si senta profondamente nutrito. Ci vuole empatia e una mano tesa. Spero di sfiorare con le dita il lettore, chiamandolo fratello, in quanto siamo uniti nella nostra fragilità: ti vedo e soffro con te, sorrido e guarisco con te.
Quali simboli o immagini ricorrono maggiormente nella sua scrittura e perché?
Io vorrei che questo romanzo sia versatile. Non desidero imporre immagini fisse; propongo invece tracce e rimandi che in ognuno susciteranno ricordi e sapori diversi. La prima parte è ctonia, rimanda a simboli notturni e ombrosi. La seconda parte è luminosa, tanto quanto la luce della consapevolezza. Ciò che è essenziale, e oserei dire l’obiettivo stesso del romanzo, è quello di non giudicare migliore o peggiore l’oscurità o il chiarore. L’oscurità è vista come la possibilità della chiarezza, si guardano e si sorridono complici. Basti osservare l’immagine della copertina: ci sono il sole e la luna, perfettamente circolari, in armonia tra loro. Ero indecisa se optare per il simbolo del Tao e intitolare il libro “La Linea Liminale”, il punto di equilibrio in cui Yin e Yang si incontrano e mostrano di non essere due entità separate, bensì interdipendenti: si definiscono a vicenda e si trasformano l’uno nell’altro. In ultima analisi, direi che tutto si basa sui simboli della sfera e del fiore.
Quanto è stato difficile per lei raccontare temi così profondi come la morte, la rinascita e la libertà?
Non è stato difficile, è stato incredibilmente liberatorio. Ti sorprenderà, ma è assolutamente possibile piangere e sentirsi bene contemporaneamente. La scrittura, in questo caso, è stata la mia via per la guarigione più profonda a cui si possa tendere.
Che messaggio desidera lasciare ai lettori attraverso “Ci siamo viste morire” e, più in generale, attraverso il suo percorso creativo?
Non esiste luce senza ombra, né guarigione senza accettazione del dolore. L’unica vera libertà risiede nell’accogliere l’intera nostra storia, non come una catena del passato, ma come la propulsione trasformativa che ci permette di fiorire. Questo viaggio è un invito a guardare i tuoi demoni e a chiamarli per nome, perché è solo nell’equilibrio, là dove la mente si arrende e il cuore osa, che scopriamo il nostro infinito potere di rinascita.
CI SIAMO VISTE MORIRE
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